Quaderni dei Georgofili

La filiera delle carni di selvaggina

Mauro Ferri

Accademia dei Georgofili
Pagine: 7
Collana: Quaderni dei Georgofili
Contenuto in: La gestione della fauna selvatica ungulata tra insostenibilità dei danni in agricoltura, tutele e opportunità

Copyright 2017 Accademia dei Georgofili

La filiera della carne di selvaggina viene presentata in Italia come un argomento imposto da recenti attualità legate alla forte espansione di ungulati selvatici, ma sono passati ormai 14 anni dall’adozione del “pacchetto igiene CE” e ben 27 dalle direttive europee che già indicavano la strada da percorrere. Per la verità Governo e Veterinaria pubblica hanno recepito gli indirizzi europei sin dagli anni 90, ma è del tutto mancata l’integrazione tra normative sanitarie e quelle venatorie che tuttora non contemplano assolutamente la necessità di istruire il cacciatore in sanità ed igiene fin dalla sua prima abilitazione. E soprattutto la gestione faunistica non è mai stata vincolata a “buone pratiche venatorie” e a infrastrutture che le rendessero attuabili, come ad esempio le celle frigorifere capillarmente distribuite nelle zone di caccia. Ciò ha lasciato spazio a pseudo tradizioni che sono pessime prassi igienico sanitarie che, data la mole di selvaggina spacciata illegalmente, costituiscono un attentato continuo non solo alla qualità delle carni di selvaggina ma alle più elementari esigenze di prevenzione e di sicurezza alimentare. Ma non è mai troppo tardi, specie se non si lascerà più spazio all’improvvisazione e, come già avvenuto in pochissime realtà locali, ci si confronterà in modo interdisciplinare per soluzioni del resto di tutto interesse per gli stessi cacciatori, le loro famiglie e i consumatori, tanto che gli stessi cacciatori sono sempre più orientati a seguire volontariamente le moderne indicazioni (celle frigorifere, corsi formativi, divulgazione) anche in mancanza di soluzioni istituzionali.

Abstract

The game meat supply chain is presented in Italy as an argument imposed by recent news related to the strong expansion of wild ungulates, but now 14 years have passed since the adoption of the “CE hygiene package” and 27 from the European directives that already indicated the way to go. Actually, Ministries and Veterinary services implemented the European guidelines since the 90s, but the integration between health and hunting regulations has been completely lacking, which still do not absolutely contemplate the need to educate all the hunters in health and hygiene since their first license. And above all, the hunting managements had never been bound to “good hunting practices” and to infrastructures that make them feasible, such as for example the availability of chilling rooms in every hunting units. This has left room for pseudo traditions that are very bad practices that, given the amount of illegally sold game meat, do constitute a continuous threat not only to the quality of game meat but to the most basic needs of food safety. But it is never too late, especially if there is no room for improvisation and (as happens in very few regions) interdisciplinary approaches are adopted for solutions of great interest for the hunters themselves, their families and consumers, as proven by an increasing number of hunters oriented to voluntarily follow rational guidelines and adopt chilling rooms, training courses and spreading of good practises even in the absence of institutional solutions.